Lettera ad un papà lontano

Lettera ad un papà lontano

e venne il giorno che anche per i più umili arrivò il giusto merito

di Giuseppe Raffermati

E’ doveroso dare il giusto merito a chi il merito se lo è meritato“, questa frase la ripeto spesso ai miei alunni dell’I.C. “Francesco Riso” di Isola delle Femmine plesso medie, ricordando loro che nella vita, tranne in rarissime occasioni, tutto si conquista e niente ti viene regalato.

Il 21 maggio 1995 potrei considerarlo come il giorno più brutto delle mia vita. Proprio in quel giorno infatti, la persona a me più cara, il mio maestro di vita, il mio mentore, dopo una lunga vita di lavoro e di stenti, portata avanti con la dignità che lo ha sempre contraddistinto, andava a riposare per sempre le sue vecchie ma forti membra presso il cimitero comunale della cittadina, Ciminna, che lo aveva visto nascere, crescere e fatto diventare uomo di sani principi.

Nasce il 30 luglio del 1913. Chi ha studiato un pò di storia, intuisce immediatamente che ha vissuto nel periodo più brutto della Nostra Repubblica. Quello fu infatti il periodo della 1° guerra mondiale, del fascismo, e della 2° guerra mondiale. Un’antica legge dello Stato prevedeva che, nel caso in cui i primi due figli maschi avessero fatto il servizio militare, il terzo figlio fosse esonerato da tale servizio. In gergo si dice: “essere di terza“. Essendo proprio il terzogenito non avrebbe dovuto fare nemmeno un giorno di militare, figuriamoci andare in guerra. Ma il destino, alle volte tragico, gli riservò una bella sorpresa: fu richiamato in servizio per prendere parte alla campagna greco-albanese, ma mentre ritornava in treno da questa spedizione, fu fatto prigioniero dai tedeschi e portato nel lager Bezeichnung M. VI A, Hamer (Krs. Iserlohn) – Arbeits – Kommando – Nr 605 – Gefangenennummer (n° prigioniero) 54252 – dove per ben due anni fu schiavizzato dai tedeschi. In questo periodo di prigionia fu costretto a lavorare tantissime ore al giorno nelle miniere di carbone. Il lavoro era talmente duro e assolutamente massacrante che rischiò di morire: arrivò infatti a pesare 33 Kg per gli stenti e le angherie subite sia dai tedeschi che da alcuni italiani in combutta con gli stessi. Riuscì a sopravvivere perché era di fibra forte; “sembra un elefante sotto le sembianze di un uomo” dicevo. 

Vito Raffermati

Vito Raffermati

Era in grado di sprigionare forza e resistenza alla fatica tanta era la voglia di lottare per la propria sopravvivenza, per poter rivedere l’amata moglie Rosa nonché la sua primogenita Rosa. Per poter mangiare andava presso un paese vicino il lager dove, rovistando nella spazzatura, mangiava tutto ciò che trovava di commestibile. Raccontava che talvolta qualche famiglia tedesca, a dimostrazione che non tutti erano dei c…, gli dava qualcosa da mangiare. Ma probabilmente è riuscito a sopravvivere, anche perché conosceva “l’arte dell’arrangiarsi“. Tante volte mi ha raccontato che ha salvato la vita a tanti altri “disgraziati” che si trovavano nella stessa condizione. Di notte infatti, rischiando la propria vita, indossava i “mutandoni di lana bianchi” per mimetizzarsi con la neve, strisciava sul ghiaccio e si avvicinava ai cumuli di patate che dopo il raccolto venivano lasciati sul terreno ricoperti di ghiaccio. Portava con se un’accetta con la quale apriva un varco nel cumulo e, dall’interno, prendeva sacchi interi di patate che poi divideva con i suoi compagni di sventura.

Finalmente la guerra finisce e torna a casa facendo a piedi tanti chilometri. Dopo un po’ di tempo, si recò al Distretto Militare di Palermo per richiedere dei certificati che attestassero la sua partecipazione alla seconda guerra mondiale, ma dai documenti detenuti negli uffici, risultava disertore poiché fino a quel momento non c’erano documenti che provassero che fosse stato sotto le armi. L’equivoco si risolse dopo molto tempo. Ottenne quello che gli spettava per legge e, dopo una lunga vita di lavoro, sette anni di guerra di cui due passati nei lager tedeschi, gli fu aumentata la pensione sociale di soli dieci mila lire (5 € circa). Ecco come veniva ripagato un reduce della seconda guerra mondiale.

Sono passati settant’anni circa dalla fine della guerra e finalmente arriva un giusto riconoscimento. Qualche giorno fa la segretaria del Prefetto di Palermo mi comunica che a mio padre è stata assegnata la Medaglia d’Onore per i reduci della seconda guerra mondiale. Immaginate il mio stupore prima e l’immensa gioia dopo. Finalmente i meriti militari di mio padre ma soprattutto i suoi sacrifici, sono stati riconosciuti.

medaglie

Il 2 giugno 2015 in coincidenza della Festa della Repubblica mio padre ha avuto ciò che ha meritato: la Medaglia d’Onore! Mi è stata consegnata perché tempo fa ne ho fatto richiesta, ma il mio più grande piacere è che a ritirarla sia stato mio figlio e non io. Mio figlio, che porta lo stesso nome di mio padre, Vito.

Se tu ci fossi ancora sarei più felice, caro papà mi manchi.

tuo figlio Pino.

VITO3

 

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