Ilardo, una storia unica ed eccezionale

Ilardo, una storia unica ed eccezionale

Apriamo la nostra rubrica La trattativa. Ieri e oggi’’, raccontando l’uccisione,  avvenuta nel ’96 a Catania, del confidente Luigi Ilardo. Questa vicenda, che non sempre ha trovato spazio, presenta una serie di elementi che permettono di avvalorare la tesi secondo la quale uomini dello Stato hanno trattato con Cosa Nostra. Su questa vicenda il pm Di Matteo, durante il processo Mori-Obinu, si esprimeva così: “Quella di Ilardo è una storia unica ed eccezionale nella storia del nostro Paese”.

di Manfredi Cavallaro

 

Chi è Luigi Ilardo?

‘’E’ come se ci fossi sempre stato. Non avevo bisogno di entrare in Cosa Nostra. Io vivevo di mafia, respiravo di mafia, da bambino, da sempre”. Questa è la frase che Ilardo riferisce al colonnello Michele Riccio, prima di pentirsi e collaborare con la giustizia, una frase che ci fa riflettere molto sul suo passato.

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Luigi Ilardo

Nasce a Catania, all’interno di un ambiente familiare particolare, dal momento che il padre, i cugini e gli zii erano già uomini d’onore; in realtà la sua famiglia di appartenenza è quella dei Madonia di Caltanissetta. Ilardo entra a far parte di Cosa Nostra grazie allo zio “Piddu” Madonia, dato che era il suo autista personale. Successivamente si avvicinerà a Pietro Rampulla (uomo d’onore con trascorsi nella destra extraparlamentare) e Nuccio Turro (uomo della destra extraparlamentare). Nel ’83 verrà arrestato con l’accusa di aver partecipato ad un sequestro di persona e così inizierà a scontare la sua pena in un carcere pugliese.

Nella primavera del ’93 a Ilardo mancano ancora tre anni per saldare il debito con la giustizia. In Italia però la situazione è particolare: Cosa Nostra ha dichiarato guerra allo Stato italiano, tramite una serie di attentati dinamitardi che verranno organizzati a Palermo, per uccidere Falcone e Borsellino, e nel resto del Paese (Firenze, Roma, Milano), ma nello stesso tempo il numero dei collaboratori di giustizia inizia a farsi sempre più notevole. Ilardo, stupito dalla violenza dell’attacco mafioso allo Stato, si rende conto di non condividere più gli ideali e il modo di agire di Cosa Nostra. L’idea di uscirne è sempre più forte, a tal punto da decidere di affidare la propria vita nelle mani della DIA.

 

La seconda vita di Ilardo

Nel settembre del ’93, Ilardo conferma al colonnello Riccio la sua intenzione di operare sotto copertura all’interno di Cosa Nostra per agevolare lo Stato nell’arresto di Provenzano. Qualche mese dopo, Ilardo viene scarcerato e da questo momento in poi inizierà la sua nuova vita; da adesso in poi si chiamerà Oriente.

“Il gioco è iniziato, colonnello’’. Con questa frase Ilardo comunica a Riccio di esser stato reintegrato all’interno di Cosa Nostra, dopo aver riallacciato i rapporti con i suoi “picciotti”. Le informazioni che, man mano Oriente passerà a Riccio nei diversi incontri, permetteranno alla polizia di Stato di decimare i vertici di Cosa Nostra orientale e di ricostruire i diversi orientamenti che si sono venuti a creare al suo interno dopo l’arresto di Riina.

 

Ilardo e Provenzano: scacco al re?

Ilardo per avvicinarsi a ‘zu Binnu riesce ad attuare un piano che si dimostrerà ben presto efficace e decide, così, di sfruttare una questione che a Provenzano, come a tutti i mafiosi, sta a cuore: i soldi. Si parla di 500 milioni di lire che si sono volatilizzati senza mai essere versati alle famiglie che ne avevano diritto. Ilardo dovrà ottenere la funzione di paciere per risolvere la vicenda e per questa ragione decide di scrivere direttamente al boss. In pochi mesi, i due instaurano un rapporto abbastanza stretto, a tal punto che Provenzano richiede di incontrarlo.

 

I complessi rapporti tra Riccio e i Ros

Nel frattempo il colonnello Riccio, referente di Ilardo, è stato trasferito ai Ros. Sin da subito, Riccio riscontra una serie di problemi. Gli viene ordinato di non redigere più alcun verbale sugli incontri con Ilardo e viene privato anche di quella libertà di azione che gli era stata riconosciuta da De Gennaro. Nell’ottobre del ’95, Riccio informa il suo superiore, il colonnello Mario Mori, dell’imminente incontro tra l’infiltrato Ilardo e Provenzano, notizia che non lo scalfisce per nulla.

I due si incontrano in una riunione dove si dovrà decidere il da farsi, per catturare Provenzano; sullo svolgimento di questa riunione operativa ci sono due versioni tra loro inconciliabili. Mori dice che fu Riccio a non voler intervenire. Riccio invece afferma che il suo superiore aveva deciso per un controllo a distanza.

 

Il mancato arresto

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Il colonnello Mori

“Colonnello tutto bene, iddu (ndr lui) era lì”. Questa è la prima frase che Ilardo riferisce al colonnello Riccio dopo l’incontro con Provenzano, una frase in cui traspare tranquillità come successivamente confermerà Riccio, ma nello stesso tempo dimostra, come durante il summit tra Provenzano e Oriente, nessuno degli uomini dei Ros aveva fatto irruzione per catturare ‘zu Binu.

Gli uomini incaricati delle indagini, De Caprio e Obinu non trovano il luogo in cui Provenzano ha incontrato Oriente; Riccio così insieme ad Ilardo decide di recarsi nel casale dove si è svolto l’incontro, raggiungendo il posto con estrema facilità. Riccio è furibondo: non si capacita dell’inettitudine dei colleghi. Anche l’atteggiamento dei superiori lo irrita, infatti da diverso tempo si sente rispondere ad alcune sue domande: “Non sono fatti che ti riguardano. Bada a gestire Ilardo”.

 

Durante la campagna elettorale del 1994

In piena campagna elettorale, Ilardo decide di tirare fuori la storia di un insospettabile esponente del partito di Berlusconi in stretto contatto con la mafia, però senza fare alcun nome, per il timore di qualche ritorsione. Successivamente il discorso viene ripreso da Riccio e stavolta Ilardo lascia intendere quale sia questo personaggio politico.

“Per caso l’uomo dell’entourage di Berlusconi di cui mi parlavi è Dell’Utri?”, domanda Riccio ad Ilardo. “Colonnello – gli risponde – ma se lei le cose le capisce, che me lo chiede a fare?”.

Un nome che scotta soprattutto in quel periodo. Difficilmente qualcuno prima di Ilardo aveva fatto quel nome o aveva informato di possibili rapporti tra Forza Italia e la mafia siciliana. Sappiamo che attualmente Marcello Dell’Utri, fondatore di Forza Italia, si trova in carcere a Parma, dove sta scontando una pena a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Questa è un’altra storia, ma tutto ciò ci dimostra l’attendibilità delle informazioni che Ilardo passava al colonnello Riccio.

 

Ilardo collabora?

Sono i primi mesi del ’96, manca poco affinché Ilardo entri a far parte del programma di collaborazione. Giorno che non arriverà mai, perché qualcuno riuscirà ad ucciderlo prima che scompaia da Catania insieme alla sua famiglia.

“Molti attentati addebitati a Cosa nostra non sono stati commessi da noi, ma dallo Stato. Voi lo sapete benissimo”. Questa è la frase con cui Ilardo si  presenta per la prima volta al colonnello Mario Mori e che anticipa il suo incontro con Caselli, Tinebra e il giudice Principato.

Anche questo confronto viene preceduto da un gesto e da una frase di Oriente, che faranno riflettere molto; Ilardo prende la sedia che si trova di fronte ai tre magistrati e si sistema davanti a Caselli dicendo: “Signor giudice, io di lei mi fido completamente”. Caselli non dice nulla ma Tinebra si innervosisce.

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Il colonnello Riccio

Dopo l’incontro Caselli affida a Riccio il compito di registrare i prossimi colloqui con Ilardo prima che diventi collaboratore di giustizia. Tra queste registrazioni, una frase di Oriente merita di essere riportata per intero: “Molti misteri siciliani, ad esempio la maggior parte dei delitti politici in Sicilia, non sono stati a favore di Cosa nostra, ma Cosa nostra ha avuto solamente danni da questi omicidi, ma quelli che ne hanno tratto vantaggi sono solamente politici, incominciando dall’uccisione di Mattarella, Insalaco, di Pio la Torre e compagnia bella. […] quando un onorevole dava una battuta ad un uomo d’onore con cui era in confidenza e diceva, possibilmente: quello mi sta rompendo le scatole, detto in un certo modo, già significava che quello era un pericolo”.

 

Ilardo e Riccio si salutano, per sempre

‘’Stia attento al suo ambiente. […] Subranni è uno di quegli ufficiali di cui dovrò parlare’’. Ecco le ultime parole, a detta di Riccio, che Ilardo pronunciò. Qualche ora dopo Riccio si incontra con il capitano Damiano che gli riferisce la seguente notizia: “Colonnello sono preoccupato. Dalla procura di Caltanissetta è trapelata la voce che Ilardo sta collaborando”. Riccio va su tutte le furie ma ormai non può far più nulla, Ilardo qualche ora dopo viene ucciso per le vie di Catania mentre si trovava vicino la sua abitazione.

Muore tradito da una talpa istituzionale, il cui obiettivo era evitare che l’infiltrato potesse mettere a verbale le rivelazioni fatte al colonnello Riccio. Muore perché avrebbe potuto svelare le commistioni fra apparati dello Stato, imprenditoria e mafia. La conferma che Ilardo sia stato ucciso perché stava per pentirsi e non per una guerra di mafia, come si era detto, arriverà da una serie di intercettazioni ambientali operati dal Ros.

 

Grande Oriente

Per onorare la morte di Ilardo, Riccio decide di redigere un lungo rapporto denominato “Grande Oriente” col quale riferisce ogni passo dell’infiltrato durante la missione sotto copertura. Riccio riferirà successivamente all’autorità giudiziaria di aver avuto anche in questa occasioni una serie di problemi con Mori, il quale si era opposto affinché in quella relazione non finissero i nomi di politici, soprattutto quello di Marcello Dell’Utri.

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Eliseo Davì
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Eliseo Davì

Ha conseguito la laurea magistrale in Giurisprudenza con lode presso l'Università degli Studi di Palermo. Ha scritto un romanzo storico, "Societas", edito da BookSprint Edizioni. Scrive sul blog di informazione online "Il giornale di Isola", ha collaborato con "L'ora", con il giornale online "MasterLex", con "IoStudioNews", Tv7 Partinico e Tgs.
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